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Figlio di domani

Un padre aveva due figli.

Un incipit che causa subito tensione, perché nella Bibbia le storie di fratelli non sono mai facili, raccontano di violenza e menzogne, di riconciliazioni mancate. La fraternità non è un dato da cui partire, ma un progetto da costruire.

Io voglio bene al figlio prodigo. Quante volte i ribelli in realtà sono solo dei richiedenti amore. Il ragazzo se ne va, un giorno, con la sua parte di “vita”, di eredità, in cerca di felicità, e crede di trovarla nelle cose. Il padre lo lascia andare, anche se teme che si farà male. Un uomo saggio.

Ma quella che sembrava la vita ideale, si rivela un lento morire; si dissangua di umanità, fino a ritrovarsi solo e affamato in una porcilaia.

Allora rivede la sua casa, la casa del padre, la sente profumare di pane.

Ci sono persone con così tanta fame che per loro Dio non può che avere la forma di un pane (Gandhi). Qualcosa gli si muove dentro, rientra in sé e decide di tornare. La vita gli ha insegnato a volare raso terra, lui non chiederà di essere il figlio di ieri, ma uno dei servi di adesso. Non torna perché ha capito, ma perché ha fame. Ma al Padre importa solo che tu ritorni verso casa. Il padre lo vide da lontano e gli corse incontro.

L’uomo cammina, Dio corre. L’uomo si avvia, Dio è già arrivato.

E ci ha già perdonato in anticipo di essere come siamo, prima che apriamo bocca.

Non domanda: da dove vieni, ma: dove sei diretto? Non chiede: perché l’hai fatto? Ma: vuoi ricostruire la casa? Non si lancia in un: te l’avevo detto! Ma: hai fame?

Non è esperto in rimorsi quel padre, ma in abbracci. Il perdono di Dio non libera il passato, fa di più: libera il futuro, ci rende figli nuovi. Non ci sono personaggi perfetti nella Bibbia, li cerchi invano, è piena di gente che cambia strada e idee, di ripartenze sotto il vento delle passioni, ma poi alla fine sotto il vento di Dio. L’ultima scena gira attorno all’altro figlio, che non sa sorridere, che non ha la musica dentro, che non ha la festa nel cuore. Il ragazzo bravo in tutto è triste, come se fosse ai lavori forzati; per lui la bella vita era l’altra, quella del fratello. 

Ma il padre nella sua casa vuole figli, e non servi ubbidienti; esce e lo prega di entrare: vieni, è in tavola la vita!

Il ragazzo avrà capito? Sarà entrato? Si saranno guardati, abbracciati? Non ci viene detto.

Ed ecco la grande domanda: perché neppure l’ombra di un castigo? È giusto il padre della parabola? Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così oltre?

Sì, è l’immensa rivelazione per la quale Gesù darà la vita: Dio è solo amore.

E l’amore non è giusto, è sempre oltre, è centuplo, è eccedenza. E sempre un po’ fuorilegge. Così è il mio Dio, il Dio di Gesù, il Dio che ancora m’innamora.

P. Ermes Ronchi

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